“Diventa ciò che sei” (F. Nietzsche).

Credo che se dovessimo porre questa domanda a mille psicoterapeuti potremmo avere mille risposte differenti, questo ovviamente non perché non vi sia una solida base scientifica sottostante,  piuttosto, la differente osservazione e interpretazione di essa, scaturisce da un quanto intrinseco quanto profondo intrecciarsi di almeno due livelli, un primo, maggiormente tecnico e scientifico, e codificato in base all’impianto teorico che ogni psicoterapeuta ha, un secondo estremamente legato alla soggettività, all’emotività e all’esperienza che, il terapeuta appunto, esprime nel suo lavoro.

Posso pertanto dire ciò che è per me, e adesso, la psicoterapia, cercando di tradurre secondo il mio stile ciò che la tecnica e l’esperienza mi hanno insegnato fino ad ora.
Anzitutto, direi che c’è uno spazio, uno studio, dove il paziente può stare e dove può lavorare in tranquillità con il terapeuta.
Esiste poi un tempo, definito ad esempio nell’ora di terapia settimanale.
In questo luogo, in questo tempo e in questo incontro, che avviene tra paziente e terapeuta, la psicoterapia permette di trattare un malessere psichico, che sia esso legato a un sintomo specifico o a un senso di malessere più generale che induce a intraprendere un più profondo processo di cambiamento.

Tempi e modi sono ovviamente diversi in base al diverso disturbo e bisogno di ogni paziente, che è unico rispetto a tutti gli altri.

Potersi soffermare a riflettere su di sé e sulla propria vita e condividere i propri pensieri e i propri vissuti con uno specialista permette di comprendere come le varie parti della nostra storia siano connesse le une alle altre.
Permette di conoscere le proprie radici e sbrogliare quei nodi che fanno sì che le cose non scorrano quando invece potrebbero filare via, perché come dice con estrema leggerezza Pino Cacucci, “ le radici sono importanti, nella vita di un uomo, ma noi uomini abbiamo le gambe, non le radici e le gambe sono fatte per andare altrove “.

La psicoterapia è un incontro magico, intendendo questa parole secondo una sua accezione più romantica, un incontro che conduce alla scoperta di parti di sé che non sarebbe possibile scoprire altrimenti, parti di sé uniche, potenti e originali che spesso rischiano di rimanere sepolte sotto la sabbia.

Un viaggio. Dentro noi stessi e in compagnia di una persona che a tratti guideremo e che a tratti ci guiderà.

-Immagine: “Viandante sul mare di nebbia” olio si tela di C. D. Friedrich 1818-