dsmV

E’ stata ufficialmente pubblicata la quinta edizione del Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders (DSM), manuale che tratta i disturbi psichici, utilizzato a livello ufficiale dalla comunità psichiatrica mondiale, strumento nato come manuale statistico e classificatorio che è divenuto nel tempo il metro per riconoscere e definire tali disturbi, utilizzato e condiviso, talvolta per scelta, talvolta per necessità, nella diagnosi psichiatrica.

L’APA (American Psychiatric Association), che rappresenta formalmente il documento che è stato stilato, ha quindi dato il via alla sua quinta pubblicazione, ma ancor prima che il manuale potesse essere tradotto nella nostra lingua, la comunità scientifica dibatteva già e in modo acceso sui limiti dello stesso.

Sostanzialmente viene contestato che la modifica di alcuni parametri e la creazione di nuove categorie di malattia porti a un ulteriore aumento della percentuale di persone affette da un qualche disturbo psichiatrico, più o meno grave, portando di conseguenza a incrementare la popolazione medicalizzata e, non ultimo, un incremento della prescrizione dei farmaci e quindi degli introiti delle multinazionali che sintetizzano farmaci ad hoc per il trattamento di questi disturbi.

Certo sappiamo che un una mappa non fa il territorio, ovvero che lo strumento che utilizziamo per definire in generale un disturbo e ricollegarvi dei sintomi non possa riassumere in sé la complessità dell’oggetto esaminato, tanto più quando l’oggetto è appunto così esposto alla soggettività e alla variabilità dell’esaminato e dell’esaminatore; purtroppo però questa consapevolezza (che non è di tutti) deve a volta necessariamente essere messa da parte perché, come in altri campi, serve trovare un metro comune per misurare un fenomeno, la patologia psichiatrica appunto e individuarne le strategie terapeutiche.

E qui si apre forse la più grande delle contestazioni.

Immaginiamo che da domani la comunità medica decidesse che il livello di colesterolo accettabile per la nostra buona salute sia la metà di quello che fino ad oggi è stato. Da domani milioni di persone fino ad oggi “sane”, sarebbero di colpo “malate” e milioni di persone, preoccupate (?) accederebbero alle cure del Sistema Sanitario per cominciare ad assumere farmaci che mai si sarebbero sognati di dover prendere.

(nota, l’esempio prende spunto da quanto proposto (ma non accolto) nel 1999 da alcuni ricercatori americani)

Peter Whoriskey, giornalista del Washington Post, in un suo articolo scritto dopo aver esaminato il nuovo manuale e osservato come in esso fossero state create nuove categorie di malati, esaminati i curriculum delle persone che ne hanno redatti i testi, grandi accademici e ricercatori dell’APA, ha accusato gli stessi autori di aver lavorato in modo eccessivamente benevolo nei confronti dei conti delle farmaceutiche alle quali essi sono legati.

Nella sua indagine ha certo influito la “scoperta” se così vogliamo chiamarla, che 8 degli 11 componenti del gruppo di lavoro che ha proposto molte delle modifiche presenti nel nuovo manuale diagnostico hanno interessi economici diretti con industrie farmaceutiche molto note ai più.

Altre critiche non meno severe sul rischio di medicalizzazione eccessiva sono proprio arrivate anche da chi ha lavorato in passato per la stessa APA.

Frank Farley, ex presidente dell’APA, si dichiara preoccupato dalla incessante produzione di nuove patologie e della patologizzazione degli estremi della normalità.

Questo fenomeno ha fatto sì che già dalla pubblicazione della terza versione del manuale (DSM III), sotto l’influsso delle pressioni del mercato, sì è potuto assistere all’aumento spropositato di alcune condizioni psichiatriche. La diffusione del disturbo da deficit di attenzione e iperattività è triplicato negli ultimi venti anni, o il tasso diagnostico del disturbo bipolare, raddoppiato tra gli adulti e quadruplicato tra gli adolescenti americani nell’ultimo decennio.

Alcuni esempi. IL LUTTO

Nel DSM V sono stati modificati i criteri per valutare se la qualità della reazione alla perdita di un proprio caro sia da considerarsi normale o patologica.

Nella precedente edizione tra i criteri che consentivano di discriminare un episodio depressivo maggiore in seguito al lutto vi era la clausola che questa impronta depressiva durasse almeno più di due mesi. E già qui potremmo ampiamente discuterne. Bene questa clausola è stata eliminata, le critiche che ne sono venute dalla comunità medico-psichiatrica sono state arginate specificando che “per evitare la medicalizzazione di normali fluttuazioni dell’umore” la diagnosi dovrebbe essere fatta solo qualora i sintomi siano associati a un livello di stress o di limitazione funzionale tale da richiedere un intervento terapeutico. Dichiarazione piuttosto vaga per assicurarci che una normale reazione al lutto non rientri in una condizione psichiatrica da medicalizzare.

Rispetto alla DEMENZA

Un’operazione analoga è stata allargata alla Demenza, malattia della quale mi occupo personalmente da anni.

Allen Frances, psichiatra e coordinatore del gruppo produttore del DSM IV ha affermato che secondo le modifiche attuate, le quotidiane dimenticanze tipiche dell’età senile verranno interpretate da oggi per “Disordine Neurocognitivo Minore”, creando così un’enorme popolazione di falsi positivi composta da persone non particolarmente a rischio di sviluppare una demenza. Applicando questo metodo, dopo la somministrazione di test per la valutazione neuropsicologica, si calcola che il 16% della popolazione americana risulterebbe di colpo malata.

CONCLUDENDO

Purtroppo questa tendenza spinge da molti anni a questa parte sempre più a un consumo del farmaco, anche quando esso non sarebbe necessario e quando forse sarebbe più opportuno intervenire sulle condizioni di vita personali o familiari, sulle carenze o sui bisogni di ognuno di noi.

Il problema che ritengo fondamentale è che, dalla stesura di un manuale, si passi non solo ad una sua rigida applicazione, ma che da esso ne nasca una cultura (e così sta avvenendo), passando dal manuale al medico di famiglia che lo applica, dallo psichiatra al paziente.

Una cultura che sta abituando tutti noi a trattare sempre più con i farmaci il malessere psicologico che talvolta scaturisce dagli inevitabili avvenimenti che la vita comporta.

Dobbiamo piuttosto sempre più considerare il nostro stare, bene o male, non come uno status rigido ma come se esso fosse un punto che si muove lungo un segmento ai cui estremi non stanno neppure la malattia e la salute, ma ancor meglio, lo stare bene e lo stare male.

E ancor di più dovremmo tifare per una cultura, medica e non, che ci spinga verso la comprensione del nostro disagio all’interno di una ottica più vasta, che non può prescindere da chi siamo, da dove veniamo (rete familiare, sociale ecc) e dove vogliamo andare, ovvero, come vogliamo sentirci.

di Manrico Caputo                 

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Bibliografia:

Nonino F., Malgrini N., (2013), DSM-5: una diagnosi e un farmaco non si negano a nessuno, Informazione sui farmaci, Anno 37, n.3, 2013.

Bertini M., (2012), Psicologia della Salute, Raffaello Cortina Editore.